lunedì 26 maggio 2008

Gioia del sogno


"Qual è colüi che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa“.

Paradiso, XXXIII, 58-63

Saranno pure illusori i sogni, fantasmi che popolano le nostre notti, ingannevoli e falsi, ma sanno ammannirci dolcezza, renderci quasi divini.

Dante, giunto ormai al termine del suo viaggio ultraterreno, ovvero al cospetto di Dio, pronto a godere della sua visione, nell'ultimo canto del Paradiso ricorre a questo escamotage per conservare il mistero: quello che ha visto rimane inespresso perché lo strumento della parola non è in grado di riferire; la memoria stessa cede di fronte alla bellezza, in una sorta di sindrome di Stendhal. Come chi ha sognato - dice Dante - e ha visto in maniera chiara le immagini, ma al risveglio non ha un ricordo preciso, perde la comprensione dei particolari e dei dettagli, sebbene gli sia rimasto impresso un sentimento generale suscitato dal sogno, una sensazione struggente e inarrivabile. Sulla sua scia Italo Svevo, in "Corto viaggio sentimentale" rileva che "Il ricordo del sogno non è mai il sogno stesso. È come una polvere che si scioglie".

Il poeta spagnolo Juan Ramón Jiménez esprime così questa impressione fugace, l’inesprimibile sensazione di avere sognato ma di non riuscire ad afferrarne l‘essenza, in pochi versi tratti dalla raccolta "Eternità" del 1917:

Gioia del sogno,
che mai uguagliò
nessuna gioia reale!

- E che triste gioia
quotidiana, questa
a cui ci adattiamo, dimenticando
l'altra, l'altra, l'altra;
che sa, ogni giorno, di non essere più che
vano seme del fiore del sogno! -

Pablo Picasso, "Le rêve", 1932



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LA FRASE DEL GIORNO
Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo.
MILAN KUNDERA, L'immortalità

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